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Pubblicato il 25 Feb, 2008 in Cinema, Drammatico | 0 commenti

Recensione Film : “Babel”

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Questo film http://italy.imdb.com/title/tt0449467/ del 2006, che ha vinto a Cannes, diretto da Alejandro González Iñárritu è uno di quei titoli a cui faccio fatica dare un giudizio ed un voto.

La storia è un intreccio abbastanza lineare (davvero distante dal montaggio sconnesso ma interessante e sensato di “21grammi”) di quattro vicende all’apparenza distanti ma in realtà legate tra loro da almeno 4 fattori: personaggi, armi, sofferenza e solitudine.

Il film si apre in Marocco con un uomo che rivende un fucile ad un pastore con due giovani figli che accudiscono capre. Il padre affida l’arma ai ragazzini per poter difendere il gregge dagli sciacalli ma, i due, per gioco e stupidità, sparano ad un bus turistico ferendo una donna americana (interpretata da Cate Blanchett, moglie di Brad Pitt nella pellicola).
Da qui scopriamo che la coppia di americani è giunta in Africa per risolvere una crisi matrimoniale (scatenata dalla sofferenza per un dramma che non rivelo) lasciando in custodia i due figli a casa (San Diego) alla governante messicana Amelia. Tale donna deve tornare in Messico per il matrimonio del figlio ma non sa a chi lasciare temporaneamente i due bambini, in America è sola. Decide di portarli con sè per un giorno accompagnata dallo scapestrato nipote Santiago. Nel frattempo viviamo anche le vicissitudini a Tokio di Cheiko, una ragazza sordomuta ed orfana di madre che depressa per il proprio stato di “diversa” rifiutata dai coetanei tenta in tutti i modi di portarsi a letto qualcuno: cerca il contatto fisico per sentirsi parte di qualcosa. Il padre rientra nel gioco delle storie parallele perchè in qualche modo ha a che fare con la storia iniziale del Marocco.

In sostanza, cercando di non rivelarvi nulla che possa rovinarvi la visione eventuale del film, ne ricavo alcuni messaggi che personalmente ritengo essere i seguenti: il mondo è enorme ma le distanze tra le persone sono ridotte a nulla dal corso degli eventi; il dolore, la solitudine sono uguali dappertutto; la soluzione dei problemi avviene solo dove c’è ricchezza, nel terzo mondo si soffre e si paga sempre; le armi sono il fattore scatenante del dolore.

Il film è ben costruito ma piatto e senza sorprese particolari (a parte la storia della ragazzina giapponese che non mi sembra si amalgami bene con il resto). Gli attori di nome sono poco sfruttati (cioè servono ad attirare il pubblico, ma due sconosciuti non avrebbero fatto peggio). Il ritmo è molto lento e pur essendoci qualche spunto di riflessione interessante prevale la noia. Non è un film da buttare ma nemmeno da rivedere. Tra l’altro di nuovo mi ritrovo a pensare che i giapponesi moderni siano davvero strani (l’ho pensato dopo “Lost in translation” e qui ne ho avuto la conferma!).

Se devo dare un giudizio direi “sopravvalutato”.

Voto: 5 (“21 grammi” è un’altra cosa)

Ps: In più ci sono alcune vicende lasciate in sospeso e non ne comprendo il motivo.
Ciao, J
 

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